L’ascesa fulminea dei monopattini elettrici nei nostri centri urbani ha profondamente trasformato la mobilità quotidiana, ma ha anche instaurato un clima di tensione palpabile tra i diversi utenti dello spazio pubblico. Quello che doveva incarnare una soluzione ecologica alla congestione delle città si è trasformato, per molti, nel simbolo dell’anarchia stradale. Questo senso di caos deriva innanzitutto da un comportamento percepito come disinvolto, in cui l’utilizzatore sembra sottrarsi ai vincoli imposti agli automobilisti ignorando al contempo la fragilità dei pedoni. Eppure, contrariamente all’idea diffusa di un vuoto giuridico, questi mezzi sono ormai rigorosamente regolamentati, in Francia dal Codice della strada e in Svizzera dalla Legge federale sulla circolazione stradale, anche se questa normativa soffre di un deficit di visibilità e, soprattutto, di applicazione sul terreno.
La regola è tuttavia inequivocabile su entrambi i versanti del confine: il monopattino elettrico non ha posto sul marciapiede, spazio riservato ai pedoni, e circolarvi costituisce un’infrazione punibile con una multa. L’uso delle piste e delle corsie ciclabili è un obbligo legale ogni volta che siano disponibili. In Svizzera, il monopattino è classificato nella categoria dei «ciclomotori leggeri», soggetta alle stesse regole delle biciclette classiche, con una velocità massima fissata a 20 km/h e una potenza del motore limitata a 500 watt, soglie più restrittive che in Francia, dove il limite è di 25 km/h senza restrizione di potenza. A questa velocità, il monopattino non è né un giocattolo né un semplice mezzo per il tempo libero: è a tutti gli effetti un veicolo a motore. Ed è proprio qui che risiede la confusione più pericolosa. Il frequente disprezzo dei semafori rossi, il transito in senso vietato o lo slalom tra i veicoli traducono un persistente fraintendimento psicologico: l’utente si percepisce ancora come un pedone potenziato anziché come il conducente di un mezzo motorizzato soggetto al diritto comune della circolazione. Questa confusione porta a situazioni drammatiche, in particolare nel trasporto di un passeggero, pratica formalmente vietata in Svizzera come in Francia, perché destabilizza il mezzo e moltiplica il rischio di una caduta grave. Il mancato rispetto delle regole elementari di precedenza non è più soltanto un fastidio visivo o sonoro: è diventato una questione di sicurezza pubblica di primo piano, le cui conseguenze si misurano ormai in vite umane.
Il pericolo raggiunge il suo apice al calare della notte o lungo gli assi poco illuminati, dove la sagoma di un monopattino diventa quasi invisibile per un automobilista se l’equipaggiamento richiesto non è rispettato scrupolosamente. La legge impone luci anteriori e posteriori sempre accese, anche di giorno in Svizzera, catadiottri e l’uso di un gilet retro-riflettente non appena la visibilità si riduce. Troppo spesso si incontrano utenti vestiti di scuro, privi di qualsiasi dispositivo luminoso attivo, che si muovono come ombre su strade cantonali o viali di circonvallazione. La situazione ginevrina illustra con particolare chiarezza la portata del problema. La gendarmeria cantonale sequestra in media un centinaio di monopattini al mese, pari a circa 1.500 mezzi in un anno, e nessun proprietario è potuto ripartire con il proprio. Il motivo è implacabile: la quasi totalità dei modelli venduti sul mercato è tecnicamente impossibile da riportare a norma. La maggior parte raggiunge i 45 km/h, alcuni arrivano fino a 100 km/h, e possono essere sbloccati in pochi secondi tramite una manipolazione dei freni, un telecomando Bluetooth o una semplice applicazione sullo smartphone. La multa è fissata a 300 franchi, seguita da un sequestro immediato e dalla distruzione sistematica del mezzo. Questo livello di non conformità rivela una falla strutturale: è il mercato stesso a essere in causa, con produttori che commercializzano mezzi concepiti per aggirare le norme legali, lasciando all’utente, spesso poco informato, la responsabilità di una messa a norma impossibile.
Di fronte alla moltiplicazione degli incidenti e dei sequestri, si impone una presa di coscienza collettiva prima che la legislazione diventi ancora più coercitiva. La questione dell’immatricolazione obbligatoria e dell’uso del casco in città, non obbligatorio a oggi in Svizzera per i monopattini, torna regolarmente nel dibattito pubblico come leva di responsabilizzazione. Alcune metropoli europee hanno già compiuto il passo: Parigi ha posto fine nel 2023 alla concessione dei monopattini in sharing dopo un voto consultivo, mentre altre capitali stanno sperimentando sistemi di geofencing che limitano automaticamente la velocità in prossimità delle zone pedonali. In Svizzera, il Consiglio federale ha introdotto il 1° luglio 2025 una revisione della normativa sui ciclomotori leggeri senza tuttavia modificare le soglie applicabili ai monopattini, mantenute a 20 km/h, segnalando la volontà di una distinzione netta tra questi mezzi e gli altri veicoli della categoria. Senza una repressione più sistematica dei comportamenti a rischio, senza un rafforzamento dell’educazione stradale presso i giovani utenti e senza una maggiore responsabilizzazione dei distributori, il risentimento della popolazione nei confronti di questi mezzi non potrà che accentuarsi.
Il futuro del monopattino elettrico in città dipenderà in definitiva dalla capacità dei suoi utenti di compiere una svolta mentale decisiva: passare dall’opportunismo individuale a una cittadinanza stradale pienamente assunta. La condivisione della strada è possibile. Semplicemente, non può avvenire a scapito della vita altrui.
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