Monopattini elettrici: la convivenza sulla strada sotto accusa

27 avril 2026

Monopattini elettrici: la convivenza sulla strada sotto accusa

La rapida diffusione dei monopattini elettrici nei nostri centri urbani ha profondamente trasformato la mobilità quotidiana, ma ha anche creato un clima di tensione palpabile tra i diversi utenti dello spazio pubblico. Ciò che avrebbe dovuto incarnare una soluzione ecologica alla congestione delle città si è trasformato, per molti, in un simbolo di anarchia stradale. Questa sensazione di caos nasce innanzitutto da un comportamento percepito come disinvolto, in cui l’utente sembra sottrarsi ai vincoli imposti agli automobilisti ignorando al contempo la fragilità dei pedoni. Eppure, contrariamente all’idea diffusa di un vuoto giuridico, questi mezzi sono ormai rigorosamente disciplinati, in Francia dal Codice della strada e in Svizzera dalla Legge federale sulla circolazione stradale, anche se tale regolamentazione soffre di un deficit di visibilità e, soprattutto, di applicazione sul terreno.

La regola, da entrambe le parti del confine, è però inequivocabile: il monopattino elettrico non ha posto sul marciapiede, spazio riservato ai pedoni, e circolarvi costituisce un’infrazione punibile con una multa. L’uso di piste e corsie ciclabili è un obbligo di legge ogni volta che sono disponibili. In Svizzera, il monopattino è classificato nella categoria dei «ciclomotori leggeri», soggetta alle stesse regole delle biciclette classiche, con una velocità massima fissata a 20 km/h e una potenza del motore limitata a 500 watt, soglie più severe che in Francia, dove il limite è di 25 km/h senza restrizioni di potenza. A questa velocità, il monopattino non è né un giocattolo né un accessorio per il tempo libero: è a tutti gli effetti un veicolo a motore. È proprio qui che risiede la confusione più pericolosa. Il frequente disprezzo dei semafori rossi, il passaggio con il divieto di transito o lo slalom tra i veicoli riflettono un persistente equivoco psicologico: l’utente continua a percepirsi come un pedone potenziato piuttosto che come il conducente di un mezzo motorizzato soggetto al diritto comune della strada. Questa confusione porta a situazioni drammatiche, in particolare quando si trasporta un passeggero, pratica formalmente vietata sia in Svizzera sia in Francia, perché destabilizza il mezzo e moltiplica il rischio di cadute gravi. Il mancato rispetto delle regole elementari di precedenza non è più soltanto un fastidio visivo o sonoro: è diventato una grande questione di sicurezza pubblica, le cui conseguenze si misurano ormai in vite umane.

Il pericolo raggiunge il culmine al calare della notte o lungo assi poco illuminati, dove la sagoma di un monopattino diventa quasi invisibile per un automobilista se l’equipaggiamento richiesto non è rigorosamente rispettato. La legge impone luci anteriori e posteriori sempre accese, anche di giorno in Svizzera, catadiottri e il giubbotto retroriflettente non appena la visibilità si riduce. Troppo spesso si incontrano utenti vestiti di scuro, privi di qualsiasi dispositivo luminoso attivo, che si muovono come ombre su strade dipartimentali o viali di circonvallazione. La situazione ginevrina illustra con particolare chiarezza l’entità del problema. La gendarmeria cantonale sequestra in media un centinaio di monopattini al mese, ossia quasi 1.500 mezzi all’anno, e nessun proprietario è mai riuscito a riprendersi il proprio. Il motivo è implacabile: la quasi totalità dei modelli venduti sul mercato è tecnicamente impossibile da riportare a norma. La maggior parte raggiunge i 45 km/h, alcuni fino a 100 km/h, e può essere sbloccata in pochi secondi tramite la manovra dei freni, un telecomando Bluetooth o una semplice applicazione per smartphone. La multa è fissata a 300 franchi, seguita da un sequestro immediato e dalla distruzione sistematica del mezzo. Questo livello di non conformità rivela una falla strutturale: il problema è il mercato stesso, con produttori che commercializzano mezzi progettati per aggirare le norme legali, lasciando spesso all’utente, non sempre informato, la responsabilità di una messa a norma impossibile.

Di fronte alla moltiplicazione degli incidenti e dei sequestri, occorre una presa di coscienza collettiva prima che la legislazione diventi ancora più coercitiva. La questione dell’immatricolazione obbligatoria e dell’obbligo del casco in città, oggi non previsto in Svizzera per i monopattini, torna regolarmente nel dibattito pubblico come leva di responsabilizzazione. Alcune metropoli europee hanno già fatto il passo: Parigi ha posto fine nel 2023 alla concessione dei monopattini in sharing dopo un voto consultivo, mentre altre capitali sperimentano sistemi di geofencing che limitano automaticamente la velocità in prossimità delle zone pedonali. In Svizzera, il Consiglio federale ha introdotto il 1° luglio 2025 una revisione della normativa sui ciclomotori leggeri senza tuttavia modificare le soglie applicabili ai monopattini, mantenute a 20 km/h, segnalando la volontà di tracciare una distinzione netta tra questi mezzi e gli altri veicoli della categoria. Senza una repressione più sistematica dei comportamenti a rischio, senza un rafforzamento dell’educazione stradale tra i giovani utenti e senza una maggiore responsabilizzazione dei distributori, il risentimento della popolazione nei confronti di questi mezzi non potrà che accentuarsi.

Il futuro del monopattino elettrico in città dipenderà in definitiva dalla capacità dei suoi utenti di compiere una svolta mentale decisiva: passare dall’opportunismo individuale a una cittadinanza stradale pienamente assunta. La condivisione della strada è possibile. Semplicemente, non può avvenire a scapito della vita altrui.

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